Archivio giornaliero 26/10/2026

Quelli dalle labbra bianche

di Francesco Masala è un’opera che rappresenta una pietra miliare della letteratura sarda.

Il romanzo si apre con il lugubre rintocco delle campane a morto, suonate dal campanaro di Arasolè, Daniele Mele, detto Culobianco, per ricordare i suoi compagni d’armi, con i quali era partito vent’anni prima per la campagna di Russia, durante la Seconda guerra mondiale. Lui è il solo sopravvissuto, l’unico che ha fatto ritorno ad Arasolè, gli altri nove hanno lasciato la vita su quella terra lontana, inghiottiti dall’orrore della guerra.

Attraverso il ricordo di Daniele Mele, Francesco Masala ci restituisce una testimonianza cruda e dolorosa di quella tragedia. I nemici non sono soltanto le cannonate e i proiettili, ma anche la fame, i topi, i pidocchi, la vita nelle trincee e, soprattutto, il gelo terribile della steppa russa, capace di trasformare il corpo umano in una cosa inerte, di spegnere ogni speranza e di cancellare ogni dignità.

Ma la tragedia non si consuma soltanto sul fronte, la guerra si vive anche nelle case di Arasolè, dove le donne aspettano il ritorno dei figli, dei mariti e dei fratelli, senza avere notizie, aggrappate a una speranza che si fa ogni giorno più fragile. Sono loro a portare il peso della vita quotidiana, a custodire i bambini, a fronteggiare la miseria, la fame e il dolore, a tenere insieme una comunità ferita.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più intensi del romanzo: il volto della guerra non è soltanto quello degli uomini che partono per combattere, ma anche quello delle donne che restano.

È stato questo il tema del mio intervento all’incontro tenutosi qualche giorno fa a Nughedu San Nicolò, paese natale di Cicitu Masala, dal titolo “Il volto nascosto di Arasolè”. In quell’occasione ho voluto mettere in evidenza come, mentre gli uomini affrontano la morte nelle steppe russe, le donne combattono una guerra silenziosa, fatta di privazioni, attese, rinunce e lutti. Una guerra senza armi, ma non per questo meno crudele. La loro sofferenza non ha il fragore delle cannonate, eppure attraversa ogni pagina del romanzo, lasciando ferite profonde quanto quelle del fronte.

Masala racconta tutto questo senza abbellimenti, con una lingua essenziale, aspra, talvolta ironica, che restituisce la durezza della vita contadina e la condizione di un popolo povero, dimenticato e sacrificato sull’altare di una guerra che non gli appartiene. Arasolè, paese immaginario che richiama la Sardegna più interna e marginale, diventa così il simbolo di tante comunità che hanno pagato un prezzo altissimo per decisioni prese lontano da loro. Ad Arasolè, all’ultima sfilata di carnevale, sfilano fianco a fianco i mammutones, simbolo dei vinti, dei prigionieri, dei poveri, di quelli dalle labbra bianche, e gli insocatores, che rappresentano i vincitori, gli aguzzini, i ricchi. La festa, con i suoi personaggi e i suoi significati, diventa così una rappresentazione della società, delle sue disuguaglianze e dei rapporti di potere che la attraversano. La contrapposizione tra vincitori e vinti non si esaurisce nemmeno sul campo di battaglia e trova un’espressione emblematica nel boschetto delle betulle, quando i russi assaltano il caposaldo tre della linea K.

“Camminavamo con passo cadenzato e rotto, il passo dei prigionieri, un passo più di bestie che di uomini, il passo dei mammutones: intorno a noi, i russi, i vincitori, gli insocatores che, invece del laccio, avevano i fucili con la baionetta in canne. Era la solita storia di Arasolè: i mammutones, i vinti, i prigionieri, venivano, come sempre, condotti al loro destino”

Il romanzo è poetico e forte, e la sua forza risiede anche nella capacità di raccontare la grande Storia attraverso le vite di persone comuni, senza trasformarle in eroi. I suoi personaggi sono uomini e donne semplici, segnati dalla povertà e da un destino che sembra non lasciare loro possibilità di scelta. Eppure, proprio nella loro fragilità, conservano una straordinaria umanità.

Attraverso personaggi come Serafina, Giovanna la Rossa, Maria Girasole, Rosa Fae, tzia Filomena Masiènnera, Caterina, Teodora, Maria Antonia, Lillia e Donna Filiàna, Cicitu Masala ci consegna un universo femminile ricco e variegato: la madre che soffre, la moglie umiliata, la donna malfamata che cerca di riscattare la propria dignità, quella che non si arrende e sostituisce il marito nel lavoro, quella che vende l’anello nuziale per poter comprare il pane ai figli, fino alla nobildonna che incarna l’ipocrisia del potere dei matimannos.

E, fra tante figure, si staglia con particolare forza l’immagine di tzia Filomena Masiènnera, la levatrice senza patente di Arasolè. Tzia Filomena, una donna povera e dal cuore buono, si prese cura di due fratelli gemelli, Andrea e Matteo Coccoi, figli di una ragazza di un paese vicino, rifugiatasi ad Arasolè e morta durante il parto. Questa figura apparentemente marginale possiede un enorme valore simbolico. Zia Filomena rappresenta una maternità che supera il sangue e diventa responsabilità collettiva. Nel mondo sardo sono state spesso le donne più umili a prendersi cura degli abbandonati, degli orfani, degli ultimi e la loro solidarietà silenziosa ha tenuto insieme la comunità molto più delle istituzioni o del potere. Figure diverse tra loro ma indispensabili per capire a fondo la realtà di Arasolè, ossia dei tanti paesi della Sardegna che hanno vissuto l’orrore della guerra.

E forse è qui il messaggio più profondo del romanzo: ripudiare ogni guerra, e andare contro l’indifferenza con cui spesso si accettano le sofferenze degli altri. La voce di Masala, pur radicata nella realtà sarda, supera i confini dell’isola e si fa universale, perché universale è il dolore di chi perde i propri cari, di chi attende invano e di chi sopravvive portando dentro di sé il peso dei morti.

Leggere questo libro significa entrare in una storia che appartiene alla Sardegna e che riguarda tutti noi. Significa dare un volto e una voce a chi la Storia rischia di lasciare nell’ombra: ai soldati che non sono tornati, alle madri che li hanno aspettati, alle donne che hanno continuato a vivere e a custodire la memoria.

E si Arasolè b’est senna a pustis de sa trazedia de sa gherra, est gratzias a sas fèminas chi ant mantesu bivu s’ammentu, sos afetos e s’ispera. Issas ant cumbatidu un’àteru tipu da gherra: cussa de sichire a dare un sensu a sa vida.

Maria Antonietta Mula