L’ORA DI GRECO

L’ORA DI GRECO

L’ora di greco è un romanzo della scrittrice coreana Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura 2024.

            L’avevo visto nella vetrina di una libreria appena uscito e il titolo mi aveva ispirata ad acquistarlo.

La prima lettura è stata un mezzo fallimento. La mancanza di una trama classica e di una struttura lineare mi aveva spinto a riporlo sullo scaffale con un senso di parziale delusione.

A distanza di mesi, ho deciso di riprenderlo in mano. E oggi, dopo averlo letto, riletto, e aver analizzato alcuni tratti più volte, ho deciso di fare la recensione.

La storia è ambientata a Seul e procede attraverso frammenti, ricordi e percezioni che si intrecciano seguendo le vite, anch’esse frammentate, dei due protagonisti, una donna e un uomo, che non hanno un nome. In particolare:

  • la donna ha perso la parola. Non si tratta di un danno fisico, ma di un blocco psicologico profondo, provocato da una serie di traumi devastanti, tra cui il doloroso divorzio, la conseguente perdita della custodia del figlio e, più recentemente, la morte della madre. Per lei la parola è diventata un’arma tagliente. Ricordando che in gioventù aveva superato un simile blocco studiando il francese, decide di iscriversi a un corso privato di greco antico, sperando che una lingua così distante possa restituirle una voce.
  • L’uomo, un professore di greco antico. Cresciuto tra la Corea e la Germania, è tormentato dai fantasmi del passato e segnato da un destino ineluttabile: soffre di una malattia ereditaria agli occhi che lo sta portando alla cecità totale. Vive nel limbo di chi sa che la luce sta per svanire per sempre.

I due protagonisti sono frammenti di umanità ferita che trovano un punto di contatto in una lingua morta: il greco antico. Una lingua complessa, rigida, ma soprattutto cristallizzata.

Per la donna, la lingua parlata ogni giorno è ormai infetta, carica del dolore dei traumi subiti.

“Una lingua che lei stessa, parlando e scrivendo, aveva sfilacciato tutta la vita. Ogni volta che stava per pronunciare una frase, ne sentiva battere il cuore antico. Un cuore rattoppato, prosciugato, inespressivo. E più lo sentiva, più stringeva le parole tra le dita. Finché a un certo punto la presa si era allentata.”

 Il greco, essendo una lingua che nessuno parla più per strada, diventa un luogo neutro, astratto e quasi incontaminato, nel quale muoversi senza la paura di ferire o essere ferita.

Inizialmente i due non si conoscono. Lui spiega la complessa grammatica alla lavagna; lei siede tra i banchi, immobile e muta. Il professore è attratto dal silenzio assoluto della donna, mentre lei è colpita dalla vulnerabilità dei gesti di quell’uomo che fatica a vedere.

Quando la cecità di lui si aggrava improvvisamente, i due si trovano a condividere non soltanto lo stesso spazio fisico ma anche quello emotivo. Impossibilitati a comunicare con i canali tradizionali, trovano un linguaggio diverso, fatto di contatto e di silenzio. La donna inizia a tracciare con le dita le lettere direttamente sul palmo della mano dell’uomo, dando il via a una silenziosa confessione dei rispettivi dolori.

“In quel momento eravamo vicinissimi. Distesi, abbracciati stretti. Il suono della pioggia era incessante. Qualcosa dentro di noi si è spezzato. Là dove non c’era luce né voce, tra frammenti di corallo sbriciolati dalla pressione, i nostri corpi cercavano ora di risalire in superficie.”

È qui che il romanzo raggiunge una delle sue parti più intime e liriche.

“Se la neve è silenzio che scende dal cielo, la pioggia forse è un interminabile catena di frasi.

Parole che cadono sui marciapiedi, sui tetti dei palazzi di cemento, sulle pozzanghere nere, e rimbalzano.

Lettere della mia lingua madre avviluppate in gocce d’acqua nere.

Tratti dritti e rotondi, punti sfuggenti.

Virgole e interrogativi che si incurvano.”

La neve, che scende soffice e copre il mondo cancellando i rumori, rappresenta la condizione della protagonista. La neve è una barriera bianca, fredda e assoluta, ma non necessariamente dolorosa: è lo stato di sospensione in cui la protagonista si è rifugiata per proteggersi dai traumi della vita.

La pioggia, cadendo sui marciapiedi e sui tetti come un’ininterrotta sequenza di sillabe e fonemi, rappresenta il professore di greco che, mentre perde la vista, si aggrappa disperatamente alla precisione delle parole, alla struttura delle frasi e alla fonetica di una lingua antica per dare ordine a un mondo che si sta progressivamente oscurando.

 Oggi mi è chiaro: L’ora di greco è un libro che parla del dolore, della perdita, della solitudine, ma anche della possibilità di incontrare l’altro oltre le parole e oltre i sensi.

Mi ha confermato quello che in fondo già sapevo ma che forse avevo temporaneamente dimenticato: non tutte le storie devono scorrere via fluide e alcune hanno semplicemente bisogno di tempo per fiorire dentro di noi.

Infine un consiglio: L’ora di greco è un libro esigente e se alla prima lettura la trama vi sembrerà inafferrabile, non mollate. È soltanto riprendendolo in mano che i pezzi del puzzle iniziano lentamente a incastrarsi.

Se cercate una lettura leggera o lineare, forse questo non è il libro che fa per voi. Ma se avete voglia di qualcosa di diverso, accettate la sfida: insistete, rileggetelo e dategli una seconda possibilità.

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Guiso Aldo administrator