di Virginia Woolf, più che un romanzo può essere considerato un non-romanzo, come lo definì la stessa scrittrice. Basandosi non su una trama vera e propria, ma su un flusso continuo di pensieri ed emozioni, il libro trascina il lettore in un turbinio di immagini, simboli e sensazioni. È un viaggio nel cuore di una famiglia e dentro l’anima dei suoi personaggi, dove vengono scandagliati temi profondi come il tempo, la memoria, la morte, le relazioni familiari e il senso dell’arte. Dopo un percorso complesso e intenso, emerge un’opera altamente introspettiva.
La lettura di queste pagine, vere e proprie metafore della non linearità della vita, richiede impegno e pazienza, e io ne so qualcosa: ho preso in mano il romanzo più volte e più volte l’ho accantonato, per poi riprenderlo. Non ho voluto demordere; ho cercato di avere pazienza, di dedicargli attenzione e concentrazione. Alla fine credo di essere riuscita a comprenderlo, e oggi lo apprezzo e ne riconosco significato e bellezza.
La storia è divisa in tre parti.
Nella prima, “La finestra”, la più lunga, incontriamo la famiglia Ramsay — padre, madre e otto figli — nella loro casa estiva sull’isola di Skye, nelle Ebridi, insieme ad alcuni amici ospiti. Il romanzo si apre con la signora Ramsay che assicura al figlio più piccolo, James, che l’indomani andranno al faro. Il faro si scorge dal giardino di casa:
“… e la signora Ramsay non poté fare a meno di esclamare: – Che meraviglia! – perché di fronte a lei c’era il venerando Faro, distante, austero, al centro…”
Il marito, tuttavia, si oppone, affermando con sicurezza che sarà impossibile andarci a causa del maltempo. Da questa discordanza nasce una sottile tensione tra i coniugi, che riempirà le pagine di dinamiche familiari complesse, di incomprensioni, di amori taciuti e di tensioni latenti.
Segue poi la celebre scena della cena, durante la quale la famiglia Ramsay e i loro ospiti conversano: i discorsi sembrano futili e privi di significato, ma dietro le parole si nascondono pensieri, insicurezze e monologhi interiori che rivelano la profondità delle relazioni e delle solitudini di ciascuno.
La seconda parte, “Il tempo passa”, ci riporta nella stessa casa delle vacanze, dieci anni dopo. Molte cose, però, sono cambiate: la signora Ramsay è morta, e con lei anche due figli, Andrew e Prue. Questa sezione, breve e quasi onirica, descrive lo scorrere implacabile del tempo, la decadenza della casa e la morte dei personaggi attraverso una prosa lirica e frammentata. È un intermezzo malinconico che sottolinea la transitorietà della vita e l’ineluttabilità della perdita. La casa, ormai vuota e invasa dalla vegetazione, viene infine riportata alla vita da due anziane donne, la signora Bast e la signora McNab, che con fatica e tenacia la riscattano “dalla palude del tempo che minacciava di seppellirla”. Con l’aiuto di George, che falcia l’erba e ripulisce, la casa si prepara ad accogliere di nuovo gli ospiti.
Nella terza e ultima parte, “Il faro”, ritroviamo alcuni dei personaggi e assistiamo al compimento, dopo dieci anni, della tanto desiderata gita al faro di James, del padre e della sorella Cam. Questo viaggio fa riaffiorare ricordi mai dimenticati e diventa un tentativo di riconciliazione. Il padre, intellettuale freddo e severo, più concentrato sui suoi studi che sulla famiglia, per la prima volta si complimenta con James, ormai sedicenne, per come sta guidando il timone della barca. Il ragazzo finge indifferenza, ma dentro di sé ha atteso da sempre quel momento.
Un ruolo centrale spetta a Lily Briscoe, la pittrice amica della signora Ramsay. Nella prima parte del romanzo aveva iniziato un quadro raffigurante la signora Ramsay con il figlio James ai suoi piedi. Dopo dieci anni, il dipinto è ancora incompleto. Lily sente il bisogno di finirlo: vuole fermare il tempo e creare qualcosa che resti per sempre. La pittura, per lei come la scrittura per Virginia Woolf, è un atto terapeutico, un modo per affrontare i fantasmi del passato e riconciliarvisi.
“E mentre riposava, vagando con gli occhi da una cosa all’altra, l’antica domanda che solcava ripetutamente il cielo dell’anima […] calò su di lei, indugiò su di lei, si addensò su di lei. Qual è il significato della vita? Tutto lì, una domanda semplice, che si faceva pressante con gli anni. La grande rivelazione non era mai arrivata. La grande rivelazione forse non arrivava mai. C’erano invece piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio…”
Infine, cosa rappresenta il faro?
È l’elemento che lega le tre parti del romanzo e possiede un valore altamente simbolico. Il suo fascio di luce, che attraversa la stanza, assume significati diversi per ciascun personaggio: per la signora Ramsay è la vita stessa, per il signor Ramsay è un aiuto concreto ai marinai, per il piccolo James un luogo ideale per una gita. Più in generale, il faro rappresenta la luce che illumina la meta, l’obiettivo da raggiungere, i desideri da realizzare: è una guida nella ricerca della verità, della pace interiore e del senso ultimo dell’esistenza.
Maria Antonietta Mula

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