E’ un romanzo di Salvatore Satta (1902-1975).
Satta di cui quest’anno ricorre il cinquantenario della morte, è stato un giurista di grande fama che ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a quest’opera, senza però riuscire, o forse senza volerlo, a portarla a termine. Il romanzo verrà infatti pubblicato postumo nel 1977, quattro anni dopo la sua morte. Oggi è considerato uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana del Novecento; ha conosciuto numerose edizioni editoriali ed è stato tradotto in diciassette lingue. È da sottolineare che i nomi dei personaggi variano nelle diverse edizioni: ad esempio, Don Salvatore Satta Carroni diventa Don Sebastiano Sanna Carboni, mentre la moglie Donna Antonietta diventa Donna Vincenza; cambiano inoltre i nomi dei figli e di molti altri personaggi.
Come molti sostengono, e come anch’io ritengo, la struttura del Il giorno del giudizio richiama quella dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Così come l’opera di Masters, una raccolta di poesie in cui ogni testo, sotto forma di epitaffio, racconta la vita, i difetti, le passioni, i rimpianti degli abitanti, ormai defunti, di una cittadina immaginaria, Il giorno del giudizio è un romanzo corale che narra le vicende della ricca famiglia dei Satta Carboni e di numerosi personaggi della Nuoro compresa tra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento. Vi compaiono notabili e popolani, preti e banditi, pastori e oziosi del Corso, vagabondi e prostitute e attraverso le loro storie emergono vizi, speranze, errori e fallimenti.
Di norma il tempo perduto viene ricercato per non lasciarlo morire; nelle pagine di questo romanzo, invece, il narratore ci confessa di volersi liberare del passato, che gli è stato sempre dolorosamente presente, e dare finalmente pace a sé stesso e a tutti i protagonisti di quel mondo che si è sempre portato dentro. Lo fa attraverso una narrazione potente, che accosta fatti reali a fatti nati dalla sua fantasia. Così leggiamo di Fileddu, di Pietro Cocco, di Gonaria, delle sorelle e del loro fratello prete, del canonico Pirri, di Boelle il farmacista, di tziu Pedassu, di maestro Mossa, di maestro Ganga, di Ricciotti Bellisai e… leggiamo del notaio Sanna, che giganteggia in tutto il libro: freddo, temibile e impenetrabile, così come doveva apparire agli occhi del figlio bambino.
Tra tanti personaggi, quello che mi ha colpito fin dalla prima volta che ho letto il libro è stato senza dubbio quello della madre, Donna Antonietta alias Donna Vincenza, e nella mia mente si sono stampate le seguenti parole:
“Donna Antonietta guardava con amore i libri che i figli raccoglievano con amore, e che essa non avrebbe mai letto. Salvatore che ancora le saltava in grembo, voleva leggerle ancora qualche pagina, ma essa le chiedeva prima se erano “cose vere”: e l’ingenua domanda aveva una sua profondità, perché era l’inconsapevole rifiuto della fantasia. Vi era in questo un punto di contatto con Don Salvatore, perché anch’egli non viveva che della verità, e il suo mestiere era proprio quello di registrare la verità. E invece la fantasia entrava nella casa austera coi libri, e operava silenziosamente, toccando con la sua bacchetta magica uomini e cose”
Donna Antonietta, dopo aver perso le due uniche figlie femmine in tenerissima età, aver perso il figlio Gino nella prima guerra mondiale, senza l’appoggio del marito e tartassata da quel indimenticabile e crudele: Sei al mondo perché c’è posto, senza nessuno che l’aiuti a reggere il peso della casa, il peso della vita, per tutto il libro è immortalata ai bordi del baratro della solitudine.
Indimenticabili le pagine che descrivono la sua angoscia all’avvicinarsi del giorno che anche l’ultimo nato, quello che porta lo stesso nome del padre, l’avrebbe lasciata per andare a Sassari a frequentare il Liceo, e quel giorno venne:
“…, la madre gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate, e le frittelle spolverate di zucchero. Salvatore, lasciò tutto lì, vergognoso di sua madre, che pure adorava, e partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri”.
Pagine indimenticabili, sia per la varietà dei personaggi, sia per le descrizioni intrise di pathos e di poesia che trasformano il racconto della vita quotidiana in una riflessione universale sull’esistenza e sul tempo.
Maria Antonietta Mula

Info sull'autore